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Re Umberto II Luogotenente Generale del Regno, copertina dell’opuscolo di Nino Bolla
Mi trovavo in Sicilia, nel maggio del 1943, quando Umberto di Savoia, in visita alle truppe costiere, si fermò presso il Comando della 213a Divisione. Ebbi l’incarico, quale capo del personale, di ricevere l’Ospite e accompagnarlo al comando per la presentazione di tutti gli Ufficiali. Non avevo più visto S. A. R. dal 1926 allor che nella Capitale ero stato presentato al Principe.
Diciassette anni non sono pochi. Scorsi sul Suo volto, più che i segni del tempo, quella serietà, direi gravità, che la difficilissima ora attraversata dal Paese imponeva ormai sul viso di tutti.
Dalla folla che s’assiepava plaudendo lungo la principale via di Paternò (popolosa cittadina non lontana da Catania, ove il profumo della zagara e l’oro degli aranci furono soffocati quella estate dall’odore della polvere e dal rosso del sangue copiosamente versato), uscì un uomo che raggiunse di corsa S.A.R. per parlarGli. A chi voleva allontanare lo sconosciuto, il Principe disse: «Lasciate»; ed ascoltò l’isolano con un interesse tanto affabile quanto vivo.
«Il fascismo ci ha rovinati… troppi profittatori… Salvateci!» Non eravamo– lontani da quel 25 luglio in cui sua Maestà impediva a Mussolini un altro colpo fatale, estromettendolo dalla vita della Nazione. (È facile oggi dire: «Si poteva allontanarlo prima». Gli eroi delle giornate mancate non hanno mai convinto nessuno).
Il Principe di Piemonte salì al comando senza parlare: ero al Suo fianco. Non so cosa pensasse, perché io sono un semplice uomo, non un indovino; ma quel silenzio, ritmato dai passi, pesava certo sul suo cuore, come la più gravosa delle tristezze. Chi conosce la generosità di S.A.R. non può dubitarne.
Giunto al primo piano, chiamato dalla folla sottostante s’affaccio più volte al balcone. D’un tratto s’intese l’allarme. Il Principe mi ordinò di scendere e avvertire i cittadini di allontanarsi; era nella Sua voce un’amorevole preoccupazione che non scorderò. Egli salì in terrazza ad osservare il cielo che un rombo lontano percorreva come un presagio.
Già precedentemente s’era recato in Sicilia, anche per il Natale e la Pasqua, e precisamente a Palermo, la città più colpita, visitando durante i bombardamenti i rifugi popolari per recare con la Sua presenza e la Sua parola quel conforto necessario a sopportare la tempesta condivisa.
Il coraggio e l’abnegazione dinanzi al pericolo, il Principe Umberto li aveva già dimostrati durante il battesimo della prima linea in quella battaglia delle Alpi che pose di fronte per pochi giorni le sorelle latine, armi spianate ma cuore assente.
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Rividi l’Erede al trono a Brindisi, nel febbraio di quest’ anno. Le Sue parole, accese di fede, furono in maggioranza rivolte all’ Esercito, alla Marina, all’Aviazione, che un nuovo e migliore destino aveva portati al servizio della Libertà riapparsa.
La Marina! Fin dal 1914 Umberto di Savoia, poco più che fanciullo, s’era imbarcato col Governatore Bonaldi sul «Puglia» compiendo una crociera nel Mediterraneo. Altre ne seguirono, per tre estati consecutive. Vita intima di bordo, giovanissimo fra giovanissimi, balde speranze dell’Italia di domani.
Nel 1922, sul «Ferruccio», un lungo viaggio portò il Principe nei mari del Nord. «Eravamo ad Amsterdam — scrisse un giornalista — alla vigilia di partire per Anversa, sulla via di ritorno da Bergen dopo aver toccato
Gibilterra, Vigo, Portsmouth, Edimburgo, Oslo, Stoccolma Dopo Anversa: un’altra tappa su per il Tamigi, a Londra, e quindi Cadice; e poi il ritorno nel Mediterraneo azzurro, l’omaggio Garibaldi nella rupestre Caprera e infine lo sbarco a Livorno.
Durante le notti stellate, dopo i ricordi nostalgici verso la Patria (i Genitori, le Sorelle, i compagni del Collegio Militare) ecco le evocazioni d’arte: Ibsen, Shakespeare, Byron, Keast… D’Annunzio, che cantò il mare come nessun altro, e da Quarto rievocando Caprera, iniziò la nostra prima ribellione al militarismo teutonico.
La più grande crociera compiuta da Umberto di Savoia fu quella che si svolse nel 1924, con una divisione navale composta degli incrociatori San Giorgio e San Marco, meta l’America del Sud : Dakar, 1′ Oceano Atlantico attraversato fino alla costa brasiliana, 1’immenso estuario del Plata, quattro incrociatori e tre cacciatorpediniere argentini di scorta, Buenos Ayres, il Presidente Alvear a bordo coi rappresentanti del Governo, immensa folla plaudente, «onori militari delle truppe, lancio incessante di fiori». I figli dell’Italia di ieri salutano il Figlio del Re, che simboleggia l’Italia presente. Nessun profitta mento ancora, all’ombra dell’inganno pseudo-ideologico, del sacro nome della Patria.
Seguirono l’Uruguay ed il Brasile. Lo stesso entusiasmo, le medesime dimostrazioni da parte di folle spontaneamente plaudenti. La romana piazza Venezia era pur sempre dominata soltanto dal bianco Mausoleo ove riposa l’eroe più puro della nostra stirpe: il Milite Ignoto.
La simpatia del Principe Umberto per l’Aviazione non ha bisogno d’ illustrazioni particolari. I suoi innumerevoli voli – e senza scorte spettacolari! – sono più che noti; benché quelli di guerra, quasi sempre su un piccolo apparecchio, rientrino nel silenzioso e normale dovere del combattente, che S. A. R. ha ognora compiuto senza cercarne echi speciali.
Durante un volo recente in Sardegna e ritorno, l’apparecchio, privo di scorta, venne inseguito da aeroplani tedeschi. Il Luogotenente Generale accenna all’avventura con quel Suo sorriso aperto e franco che è, sì, di ragazzo, ma di quei «ragazzi» che in cielo, in mare, in terra sanno compiere prodigi che soltanto ai veri uomini è dato conoscere.
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Appassionato escursionista, valente sciatore, uomo d’armi, il Luogotenente Generale ha una preparazione politica basata su tre elementi sostanziali: lo studio, la volontà, l’attento esame degli avvenimenti nelle loro cause ed effetti. Ebbe come maestro in economia politica Rodolfo Benini, la cui designazione fu dovuta al compianto Vittorio Polacco, alto cultore del Diritto, che S. A. R. sempre ricorda con la più viva ammirazione.
Sono da porre in rilievo le due tesi che interessano particolarmente il Principe: la formazione delle gerarchie sociali e le posizioni iniziali da cui muovono gli individui per la conquista della ricchezza…
Le varie scuole economiche: la liberale, la cristiano-sociale, la collettivista etc. furono esaminate in ogni loro sfumatura e contrasto. Mancava allora l’ordinamento corporativo della Nazione. (Ma tutti lo conoscemmo in seguito, nella più dura e più travagliata esperienza nazionale).
Nel ricordo dei guerrieri di casa Savoia, quali parteciparono alle Crociate, il Principe di Piemonte volle recarsi a visitare Gerusalemme, Giaffa, Nazareth Betlemme, soffermandosi in umiltà e ammirato sui luoghi sacri alla cristianità in Terra Santa. Durante la settimana di Passione nella Pasqua del 1928, intervenne alle funzioni religiose in forma ufficiale, accolto con grandi onori da tutte le Autorità e dal Clero. Aleggiava intorno alla Sua figura, raccolta nella preghiera, lo spirito propiziante di Amedeo IV detto il Beato:
Il Padre custode del Sepolcro di Cristo, donò all’Augusto fedele la Croce d’oro di Terra Santa mentre dal pellegrinaggio Italiano Gli venivano offerti la Spada di Crociato e il mantello bianco di Cavaliere del Santo Sepolcro. Ecco un quadro vivente che arricchisce idealmente la preziosa iconografia sabauda.
Nessuno meglio di Lui conosce la storia della Sua Casa millenaria; la quale pur ebbe nel passato, in Italia ed all’estero, valentissimi studiosi. È una gioia dello spirito ascoltarLo trattare con sottile acume la Reggenza della prima Madama Reale, Cristina di Francia… gli articoli sabaudi della grande’ Enciclopedia del Larousse… il periodo repubblicano in Piemonte.
Monarchia e repubblica! Temi preferiti, oggi, non tanto dalla maggioranza che sa quello che vuole, quanto dai cosiddetti uomini politici i quali paiono ignorare come i popoli non accettino, per interposte persone, processi storici di cui non siano intimamente convinti. Già lo dissi lo scorso febbraio alla radio di Bari quando parlavo come portavoce del Governo: «noi non siamo italiani perché monarchici; siamo monarchici, perché italiani. In Francia saremmo repubblicani perché quello è il clima storico formatosi a traverso un lungo travaglio spirituale e intellettuale e a mezzo di autentiche sanguinanti rivoluzioni. Non s’ improvvisa a parole una repubblica. Mussolini insegni».
Concludendo: «Se ci fossimo uniti tutti fin dal principio soltanto per uno sforzo bellico totale offerto agli Alleati in una vigorosa ripresa di dignità nazionale – come hanno fatto immediatamente nei limiti del possibile le nostre Forze Armate – quale spettacolo migliore avremmo offerto al mondo invece di sconcertarne l’opinione con dannose deviazioni della verità».
Se natura non facit saltus, tanto meno possono farne i popoli. Quando si compiono salti del genere, possono essere anche salti nel buio. Prima di fare l’Europa bisogna rifare le nazioni; quella è in dipendenza di queste, anche se l’atmosfera politico-economica, specie quest’ultima, potrà essere finalmente unica.
In data 9 febbraio 1944 un quotidiano del Mezzogiorno pubblicava una mia lettera aperta, nella quale specificavo: «Le Nazioni Unite, con un tatto diplomatico che è pari alla loro forza militare attuale, hanno dichiarato a mezzo dei loro alti rappresentanti che le questioni interne dell’Italia riguardano il popolo italiano. Cioè tutti gli italiani, dal sud al nord, compresi i combattenti, compresi gli assenti: alludo ai prigionieri di guerra, il cui battesimo di sangue rappresenta un crisma che li rende degni di esprimere non ultimi ma almeno insieme con gli altri le opinioni singole sui problemi nazionali che il dopoguerra comporterà».
Il primo messaggio del Luogotenente Generale è stato rivolto alle Forze Armate e contiene accenti virili, pieni di altissima fede, saranno giunti graditissimi anche al cuore dei fratelli lontani i quali anelano tornar in Patria per partecipare alla lotta contro i responsabili di tante rovine e concorrere così alla preparazione di un domani che non sia angoscioso.
Forse il destino ha voluto imporci una lunga dittatura allo scopo di provare le nostre capacità di resistenza. Ciò spiegherebbe tanta sopportazione, la quale sotto tale lume può apparire più stoicismo di un intero popolo che debolezza di tutta una nazione. E il mondo ne ha avuto una prova con gli episodi di Monte Lungo e di Monte Marrone. Gli eroi di Monte Lungo – fiore di nostra gente – sono caduti al grido di «Savoia!». È bene ricordarlo, perché se i vivi possono essere offesi, i Morti vanno rispettati.
Per i Caduti della guerra 1915-1918, quando l’Italia concorde era al fianco degli Alleati contro lo stesso nemico di oggi; per i Caduti di questa guerra, tanto ingiusta quanto cruenta, seminatrice di lutti che abbrunano anche il velo del pianto dei rimasti; per i Caduti dopo l’8 settembre, al fianco degli Anglo-Americani e dei Francesi, e il cui sangue versato costituisce un purissimo lavacro per le colpe nostre e non nostre già espiate durante vent’anni cli tirannia: o Italiani, tralasciate l’odio fra voi, che richiama altro odio, la vendetta che origina altre vendette, il risentimento personale che provoca altri risentimenti personali’: ritrovate Voi stessi, evitate fatali divisioni interne. Il vostro pensiero e la vostra azione tendano oggi all’unico fattore che può essere determinante per l’avvenire della Patria: unirsi agli Alleati per la più rapida distruzione del militarismo prussiano e dei suoi imitatori.
Una volta liberata l’Europa dall’incubo di pazzesche teorie dittatoriali, si schiuderà finalmente per tutti un domani di pace duratura.